Era un sabato pomeriggio pieno di sole quel 30 Luglio 1984. Sulla balconata del Rifugio Città di Ciriè al Pian della Mussa nelle alte Valli di Lanzo (Valle di Ala) mi godevo momenti di relax in attesa della fatica in programma per l’indomani: la partecipazione alla gara di Marcia Alpina Rifugio Città di Ciriè – Rifugio Gastaldi e ritorno. Circa 900 metri di dislivello da superare in 12 chilometri scarsi. Esclusivamente sentiero dal debutto leggermente in discesa per poi proseguire affrontando le difficoltà tecniche proposte dal tracciato.Appariva lontano il Pian della Mussa dalla località di partenza ma c’erano gare alle quali non era possibile rinunciare per la cornice di leggenda che si portavano appresso. Ed allora avevo scelto di fare con comodo, salendo al Rifugio il giorno prima della competizione.

Eravamo solo in tre a goderci il pomeriggio di sole o meglio, eravamo in due, io e mia moglie, mentre il gestore della struttura, Antonio Balmamion il nome (Tom per gli amici), era indaffarato nell’interno. Qualche nebbia abitava i canaloni che scendevano dalle cime confinanti con la vicina Francia ma nulla di preoccupante per la stagione. Lo sguardo correva pigro sui sentieri della disfida quasi a volerne carpire i segreti per guadagnare qualche metro qua e là.

Una figura maschile rubò la scena all’indagine visiva. Camminava a stento scendendo un canalone laterale a quello che portava al Rifugio Gastaldi e nel camminare faceva ampi gesti verso di noi. Ero in tenuta sportiva e presi a salire quel canalone per andare incontro al ragazzo che ora appariva immobile nella bassa vegetazione che rendeva difficile il cammino.

Quando lo raggiunsi vidi il suo viso teso tra i capelli bagnati dal sudore e dalla nebbiolina che avvolgeva la zona. “Il mio amico è caduto in un crepaccio al ghiacciaio del Collerin. Gli ho parlato, non ha traumi ma ha la corda con se e non mi è stato possibile aiutarlo. Mi ha detto di scendere al Gastaldi per chiedere aiuto ma mi sono perso in questa nebbia”. Non perse tempo, il ragazzo, e mi accolse con queste parole pregandomi di chiedere aiuto.  Scesi di corsa verso il rifugio e riferii al gestore quanto comunicatomi. A dire il vero rimasi stupito quando mi fu risposto che per allertare le squadre di soccorso occorreva attendere l’arrivo del ragazzo ancora impegnato a scendere il canalone.

Trascorsero circa 15 minuti prima che il ragazzo conferisse direttamente con il gestore, e subito dopo partirono le telefonate ai componenti della squadra di soccorso. Non era utilizzato, in Italia a quel tempo, l’elicottero per le operazioni di soccorso. Solo i francesi avevano in uso a tal fine l’allodola ovvero l’elicottero Alouette. In breve tempo la squadra di soccorso si radunò e partì per il recupero del ferito circa 1200 metri più a monte.

Intanto Antonio aveva provveduto ad avvisare la famiglia dell’infortunato che giunse in alta valle al crepuscolo della giornata. Cenammo senza appetito, quella sera, e appena dopo ci sedemmo sulla balconata praticando il silenzio consono all’ambiente ed alla situazione. Solo la radio si faceva sentire con qualche rado gracidio. Osservavamo la montagna noi cinque: seduti vicino a noi i genitori e poco discosto il gestore. Fu lui ad un certo punto, quando la notte aveva preso il sopravvento, ad avvicinarsi a me e sussurrarmi: “non si sono fatti sentire fino adesso, temo il peggio”.  L’esperto Balmamion aveva intuito il giusto: passò un’altra interminabile ora e la radio richiese l’attenzione di tutti. Pronunciò parole amare, quella radio, comunicando di avere individuato la persona che risultava, però, imprigionata dal crepaccio che il freddo della sera aveva ristretto. Un sottile strato di ghiaccio ne ricopriva il capo.

Non ci fu bisogno di comunicarlo ai genitori che avevano appreso direttamente la notizia. Scese qualche lacrima sul volto del papà mentre lo sguardo della mamma appariva più rassegnato. La lunga attesa aveva consentito loro di prendere coscienza con la dura realtà. “Abbiamo già perso una figlia così” furono le prime parole che si sentirono nel silenzio che circondava il rifugio. La radio parlò ancora segnalando la difficoltà ad estrarre il corpo dalla morsa del ghiaccio e chiedendo istruzioni sul da farsi. Balmamion, barba lunga a segnalare saggezza ed esperienza montanara, si rivolse ai genitori interrogandoli, a sua volta, con un semplice sguardo. Fu il papà ancora a parlare: “non voglio che rischiate per portarmi il figlio morto. Preferisco rimanga lì sulle sue montagne, a vegliarlo ci saranno la Ciamarella e la Bessanese, le sue montagne preferite”.

Andai a dormire in attesa della gara del giorno successivo. Certo lo spirito non era quello giusto per partecipare alla 8° edizione di quella gara già frequentata nella prima edizione del 1977. In quella occasione vinse Marco Sclarandis. Il campione del Santiano Dante Baudenasca impiegò 49’57” relegando in seconda e terza posizione Marco Morello e Gabriele Barra. La cavourese Claudia Priotti fu la migliore tra le donne davanti all’atleta di casa Laura Bertino.

La gara si svolse per una decina di edizioni nel secolo scorso. Seguì una sospensione per essere ripresa su percorso di solo salita ma questo avvenne all’alba del secolo nuovo. Protagonista assoluto dei tempo antichi fu Giuseppe Genotti, invincibile atleta di valle dalle enormi potenzialità naturali. Carriera troppo breve per Giuseppe che dovette presto arrendersi per l’insorgere di problemi al suo possente fisico da montanaro. 

Nella edizione descritta fu della partita anche Livio Berta, primo recordman del Monviso, guida alpina e soccorritore di montagna. Giunse 13° al traguardo. Tocco a lui, con la squadra di Soccorso Alpino, calarsi in quel crepaccio l’anno successivo, testa in giù a lottare con il ghiaccio per recuperare e riconsegnare ai famigliari il corpo di Giuliano, Giuliano Accomazzi.

Non salii più al Rifugio Città di Ciriè per partecipare ad altre edizioni della gara di Marcia Alpina. Ci salii in solitaria invece una volta per andare a fare visita a quelle montagne. Mi accolse l’Uia di Ciamarella e dai suoi 3676 metri di quota il mio sguardo indagò a lungo l’allora ancora esistente ghiacciaio del Collerin…

Carlo Degiovanni

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